Sempre alla ricerca del colpevole

«Se di fronte a qualsiasi circostanza o addirittura fatto grave, il mondo di noi persone invece che mostrarsi compassionevole ed empatico, sa solo alzare il dito e giudicare, significa che ci sta accadendo qualcosa di grave».

Perché abbiamo sempre bisogno di trovare un colpevole in ogni circostanza?

Come vorremmo che gli altri si comportassero con noi, nel caso vivessimo un dramma?

Ce lo siamo mai chiesti?

Certamente ci sono fatti diversi, involontari e volontari, talvolta con una storia ed un vissuto alle spalle di cui noi non ne sappiamo nulla.

Capita, facilmente, che le prime informazioni di un fatto accaduto ci spingano ad esprimere un commento, un’imprecazione se non, addirittura, un giudizio.

Quando avvengono fatti eclatanti oppure gravi l’attenzione e la risonanza dei media diventa di ampia portata. Un incidente che fa perdere una vita, lascia sgomenti. I familiari o le persone care della vittima ne ricavano un’ansia infinita. La domanda che ci si pone di fronte a questo genere di informazioni è sempre la stessa:E se fosse capitato a noi?”. Poi si cerca di capire la dinamica dell’incidente, di sapere se c’è stato qualche errore commesso da chi avrebbe dovuto magari prevenirlo.

Ognuno di noi sa che ogni giorno deve fare la sua parte. Ma che tanto dipende anche dall’intervento dell’angelo custode o della buona sorte, chiamatela come vi pare, in base a ciò cui credete.

C’è, però, una seconda componente che si attiva nelle persone di fronte a notizie drammatiche. Ci scatta una solidarietà automatica nei confronti di chi si trova a vivere in prima persona una tragedia che a noi fa accapponare la pelle, ma che entra nelle nostre vite attraverso il cristallo di un televisore. Vorremmo abbracciarli, consolarli, confortarli. Lo facciamo perché intuiamo l’immensità dello sconcerto e della tristezza da cui si sentono abitati.

Da quando, però, esistono i social, è comparso un nuovo modo di affrontare questi fatti di cronaca. Un modo giudicante e sprezzante, che partendo dalla notizia, si scaglia contro chi sta affrontando una situazione negativa o addirittura un lutto, definendone colpe e irresponsabilità, puntando il dito sul fatto che certi eventi ti accadono perché te li meriti. Centinaia, anzi migliaia di commenti che “uccidono” con le parole.

Se di fronte al più terribile dei fatti il mondo di noi persone, invece che mostrarci compassionevoli ed empatici, sappiamo solo alzare il dito e giudicare, significa che ci sta accadendo qualcosa di grave.

Perché nascosti da uno schermo e da una tastiera non sentiamo più il dolore degli altri, non ne proviamo un sacro rispetto, non continuiamo a essere umani”. Sono certo che le stesse persone che scrivono cose terribili nei confronti di chi vive un momento di disperazione, se partecipassero al loro dolore, piangerebbero e sentirebbero un bisogno forte di abbracciarli.

Invece nel caldo della propria casa, di fronte ai tasti del nostro PC, scagliamo parole che sembrano coltelli.

È di fronte a fatti come questi che sento forte il bisogno di segnalare e richiamare l’attenzione. Un richiamo che vuole mettere al centro delle nostre vita la relazione, il potere della parola, la capacità empatica dello sguardo.

Se non si vuole perdere il nucleo profondo dell’umanità, invito a riflettere un istante su questi pensieri e poi, se proprio non potete farne a meno, nei social seminate una frase buona per chiunque viva una sofferenza. L’effetto potrebbe essere una piacevole, quanto inaspettata, sensazione.

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