Perché ritengo sia utile votare Si?
Perché viene apportato un cambiamento che va nella direzione “avanti” sulla strada delle modifiche; migliorabile, certamente, ma un cambiamento necessario.
Mi chiedo, altrimenti, quando tempo richiederanno le modifiche costituzionali che fino a poco tempo fa tutti chiedevano.
Quello del 4 dicembre è una revisione costituzionale per la quale anche Giorgio Napolitano, ad inizio legislatura quando il Parlamento lo rielesse presidente della repubblica, si spese affermando sin da subito che per le riforme non si può più aspettare, per far sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.
Va ricordato che il testo è scaturito da un accordo tra le due principali forze politiche italiane, Partito Democratico e Forza Italia, ed è stato discusso dalle due camere per 731 giorni. Non è un caso che al suo primo passaggio in Senato, l’8 aprile del 2014, nessun parlamentare abbia votato contro la riforma. E che anche nel giorno del voto finale, il 21 gennaio 2016, abbiano votato a favore il 61,43% dei parlamentari.
Potremmo chiederci, ora, come mai buona parte delle forze politiche italiane abbia cambiato idea. Più interessante, semmai, è chiedersi perché fino a qualche mese fa fossero – grillini esclusi – tutti d’accordo. La risposta è semplice: perché la riforma tocca due questioni cruciali relative al funzionamento delle istituzioni democratiche italiane. Questioni di cui tutte le forze politiche o quasi, perlomeno quelle che sanno come funziona l’Italia, hanno conoscenza.
La prima riguarda il cosiddetto bicameralismo paritario, ossia con l’idea che Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, pur eletti da elettorati diversi, con sistemi diversi e funzionanti con regolamenti diversi (al senato l’astensione è equiparata a voto contrario) debbano fare le stesse identiche cose.
Probabilmente non basterà un Sì per cambiare l’Italia. Ma uscire da uno dei bicameralismi più assurdi dell’Occidente è un buon passo avanti, sufficiente per auspicare che la riforma passi.
Può non piacere il nuovo Senato delle autonomie, si può non essere d’accordo con le materie di cui dovrà occuparsi o coi criteri di nomina dei nuovi senatori, ma rimane il fatto che, se la riforma passerà, le due camere, finalmente, si occuperanno di cose diverse, superando un assetto istituzionale mal sopportato per quasi ottant’anni, che non ha eguali nel mondo occidentali.
La seconda questione cruciale è quella che riguarda il rapporto tra Stato e Regioni.
Le competenze concorrenti, causa di costosi contenziosi diventano tutte primarie. Siamo esclusi dal principio di supremazia nazionale. Il nuovo articolo 116 ci consente di ottenere nuove competenze primarie, a cominciare dall’ambiente e l’introduzione del principio dell’Intesa, che mette in sicurezza la nostra autonomia. E, infine, una forte rappresentanza nel nuovo Senato dei territori, che avrà competenza su eventuali riforme costituzionali, passando da 7 senatori su 315 a 4 su 100.
Grazie al principio dell’intesa potremo procedere alla revisione dello Statuto, all’interno del quale fissare tutte le nuove competenze e stabilire il riconoscimento internazionale della nostra autonomia alla pari di Bolzano. Il 4 dicembre non si vota sul Governo, ma su una riforma costituzionale che migliora le nostre garanzie. È bene che tutti lo sappiano ed è bene che quest’opportunità non vada sprecata.
Spostare il tema sulla tenuta del governo è un modo per deviare l’argomento, ci sono altri modi, molto meno autolesionisti, per sperare che il governo cada. Un programma politico alternativo e un candidato sufficientemente credibile per realizzarlo potrebbero essere una buona idea.
