Si parla di cambiamento, si confrontano gli schieramenti, le alleanze ed i governi che nascono, additando l’uno all’altro il fatto di non essere innovativi o di aver dato vita ai cosiddetti “poltronifici”.
Se, però, si osserva attentamente ciò che in realtà è accaduto, si scopre che tanta differenza non c’è: entrambi i governi sono nati non da una coalizione eletta, bensì da un accordo tra partiti che trovano convergenza sul nome di un presidente del Consiglio.
Ma non solo questo: ripercorriamo i passaggi e vediamo in sostanza se vi sono differenze.
Ad ognuno la propria valutazione.
Conte 1: M5S – LEGA
Dopo una crisi istituzionale durata quasi tre mesi, Giuseppe Conte venne indicato per il ruolo di presidente del Consiglio da Movimento 5 Stelle e Lega, che avevano stipulato un accordo programmatico, ricevendo poi l’incarico di formare un nuovo governo dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 23 maggio 2018, accettandolo con riserva.
Il successivo 27 maggio, però, Conte rimise il mandato a causa del mancato accordo con Mattarella sulla nomina di Paolo Savona al Ministero dell’economia e delle finanze. Dal presidente della Repubblica fu quindi incaricato l’economista Carlo Cottarelli, con l’intenzione di formare un “governo neutrale” che accompagnasse il Paese a ravvicinate nuove elezioni.
Il 31 maggio, essendosi nuovamente create le condizioni per un governo politico, Cottarelli rimise a sua volta il mandato ricevuto; lo stesso giorno Conte venne incaricato per la seconda volta di formare un nuovo governo, accettando questa volta senza riserva e proponendo immediatamente la lista dei ministri.
Il nuovo governo entrò in carica prestando giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica, come previsto dalla Costituzione, il 1º giugno 2018.

Sulla base delle dichiarazioni di voto espresse dai gruppi parlamentari in occasione del primo voto di fiducia, l’appoggio parlamentare al Governo si può riassumere come segue:

Conte 2: M5S – PD
L‘8 agosto 2019 Matteo Salvini annuncia l’intenzione di ritirare il sostegno del suo partito al governo Conte 1, sebbene appena tre giorni prima abbia accordato la fiducia all’esecutivo per l’approvazione del cosiddetto decreto sicurezza bis. Salvini innesca così la crisi di governo e chiede la convocazione di elezioni anticipate, prospettando la nascita di una coalizione di centro-destra aperta anche a Silvio Berlusconi e a Giorgia Meloni.
Il giorno dopo il gruppo parlamentare della Lega presenta al Senato una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente del Consiglio, nonostante gli esponenti leghisti mantengano tutti i loro incarichi all’interno dell’esecutivo.
Il 20 agosto, Conte riferisce al Senato in merito alla crisi di governo in atto, annunciando le proprie dimissioni; nel corso del dibattito la Lega ritira la sua stessa mozione di sfiducia, ma Conte decide ugualmente di porre fine all’esperienza di governo, formalizzando le dimissioni la sera stessa.
Nei giorni successivi, Salvini si rende disponibile a formare un nuovo governo con il M5S, proponendo Luigi Di Maio come presidente del Consiglio: questi rifiuta tuttavia ogni ipotesi di accordo col partito che ha ormai aperto la crisi.
In seguito alle consultazioni, viene rilevata la possibilità di realizzare una nuova maggioranza parlamentare tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Liberi e Uguali.
Il 29 agosto il presidente della Repubblica Mattarella conferisce nuovamente a Giuseppe Conte l’incarico di formare il nuovo governo.
Conte accetta l’incarico «con riserva», iniziando così i suoi colloqui con le sopradette forze politiche, per addivenire alla definizione della squadra di Governo.
Il 4 settembre successivo Conte scioglie la riserva, annunciando la composizione del nuovo Consiglio dei Ministri. L’indomani Conte e i ministri giurano davanti al presidente della Repubblica e il governo entra ufficialmente in carica.

Sulla base delle dichiarazioni di voto espresse dai gruppi parlamentari in occasione del primo voto di fiducia, l’appoggio parlamentare al Governo si può riassumere come segue:

A tutto ciò si aggiunge un particolare che non va sottovalutato: in ogni legislatura viene reclamato, da chi si trova in opposizione, il fatto che Presidenze di Consiglio e Presidenze di Commissione vengano sempre assegnate a membri di maggioranza. Questo a discapito del confronto, della condivisione e dei rapporti maggioranza – minoranza.
Cambiano i colori, le maggioranze e le coalizioni ma il metodo porta allo stesso risultato: spartizione di coalizione.
Parlare di cambiamenti appare, così, una mera “vendita di fumo”.
